Con-fine Art Magazine – “Deep, codici inversi” di Cristina Fiore e Andrea Penzo

Anna Ramasco è stata allevata per fare l’artista, ingozzata di pastelli a cera e colori a olio. Luce accesa anche di notte perché i suoi occhi si nutrissero di concetti presi da ogni genere di libro. Allevamento intensivo. Tirata su a mostre e musei, chiusa vicino ad artisti, critici e galleristi perché si facesse le ossa.

Ha undici anni quando inizia a “entrare nel giro”, posando per dei quadri che, come modella, scavalca subito per andare dall’altra parte della tela: la pittrice da cui va usa colori molto accesi e lei si lascia suggestionare, creando orchi, figure improbabili, esplosioni vitali. Una persona che frequenta l’atelier li vede e decide di comprarne uno, giocando il ruolo del collezionista.

Ora Anna è pronta, tiene il collo leggermente reclinato all’indietro quando la incontriamo e guarda in alto. Tra le dita una sigaretta da cui succhia fumo come se fosse una cannuccia da cui allattarsi. Sorride, ride croccante, le dita sporche di china nera lasciano tracce sulla carta del suo blocco e su quella che contiene il tabacco.
Uscita dalla gabbia del suo allevamento, ora passa da una residenza all’altra. E’ durante una di queste che noi la incontriamo, a Venezia.
Ci parla delle sue performance, tracciando nell’aria i confini netti e precisi di quelle figure che ha immaginato e che sembra proprio si siano materializzate direttamente da qualche parte della sua vita inconscia. “Dovrebbero essere tutte nello stesso spazio contemporaneamente. Una ragazza con un vestito giallo sole che si è buttata giù dal balcone ed è sul pavimento, così, un po’ scomposta. Poi ci sono due uomini nudi, uno ciccione e uno magrissimo, in ginocchio, pelati, che guardano verso l’alto, meglio se hanno gli occhi azzurri. C’è un nano che ha una torcia in mano, dei bermuda rossi e una maglia grigia con le maniche lunghe e un cappello, a punta, così, grigio, che cammina tipo militare, avanti e indietro su una linea con un passo molto meccanico, e accende delle torce che sono in fila sospese. Le accende tutte una dopo l’altra e poi ritorna indietro. Poi ci sono due prostitute che fumano. C’è una donna isterica che parla al telefono, una donna tipo d’affari, una gallerista potrebbe essere, che parla super concitata, agitatissima, camminando in mezzo allo spazio. Ancora un signore distinto che guarda dritto davanti a sé e un giocatore di rugby che lancia queste palle che rimbalzano strane perché sono a punta, quindi prendono tutte delle traiettorie improbabili. Poi ci sono due sorelle gemelle che camminano in direzioni opposte accarezzando la parete. E poi basta”.
Sembra di vedere delle sculture in movimento, le diciamo, e così scopriamo che i suoi studi accademici sono andati ad esplorare la scultura per completare quell’istinto pittorico che coltivava fin da bambina.
Per questo i lavori di Anna, di cui potremmo parlare per ore, si compongono di affondi scultorei e di opere in carta, di progetti di architettura e di performance a volte solo pensate, a creare un piccolo universo di immaginazioni che prende forma a partire da sé.
Eravamo in una casa di Torino arredata di ampi spazi e pezzi di design anni Settanta, quando abbiamo visto il primo lavoro di Anna Ramasco: una lettera incorniciata a cui ci siamo pian piano avvicinati per scoprire che era indecifrabile, ma non per questo non comunicativa. Le righe scritte erano tutte composte di parole impossibili, un segno che si fa disegno ma che non rinuncia ad essere calligrafia. Segnali di fumo fatti di inchiostro, dove la ragione lascia spazio alla sensazione, dove il contenuto non è veicolato da un codice ma dal segno che non si coagula mai in parola.
A battezzare le “scritture emotive” è Jean Blanchaert, gallerista un tempo molto vicino a lei, unico interlocutore epistolare che da destinatario si fa mittente, rispondendole a tono. Nel 2002 le fa fare una performance durante la quale lei scrive dal vivo una serie di lettere in emotivo, commissionate direttamente dal pubblico. Lui è calligrafo, e la investe di una laurea tutta in emotivo. Jean Blanchaert è un gallerista con un’indole da artista, non esce dal gioco e la provoca per scatenare in lei emozioni più intense, che possano essere tradotte in lettere. Lei allora si arrabbia, si arrabbia molto, fino a far scrivere dal suo avvocata una lettere in emotivo che è tutta scarabocchi e collage, firmata dallo studio legale. Poi, non contenta, prende la bici col piglio del vandalo, riempie lo zaino di bombolette e decide di usare la galleria come supporto per i suoi segni. Però sotto luci e telecamere di sorveglianza batte in ritirata, tornando a casa sui suoi pedali arricchita di una storia in più. Sembra anche questa una delle sue performance soltanto raccontate, ma non per questo inesistenti.
Le prime lettere scritte da Anna non sono un lavoro ma scarabocchi fatti per sé. “Erano un modo mio per rilassarmi. Poi un po’ di persone le hanno viste, si sono tutti interessati, tutti dicevano eh ma son belle, ma daccele, ma dai, facciamo, vieni, cose, le voglio anch’io, mandamene una, fammene una apposta… e allora alla fine è diventato un lavoro”.
Vanno a ondate, a periodi. Ha iniziato nel 2001, poi ha ripreso nel 2005 e ancora nel 2008. E’ un’opera aperta. C’era stato un periodo, prima delle lettere, in cui era diventata semianalfabeta. “Vivevo da sola, lavoravo da sola, guardavo solo immagini. Per fortuna avevo un gruppo di amici filosofi, per fortuna… perché sono dei gran chiacchieroni questi filosofi.”.
Prima di scrivere una lettera Anna si immedesima in un’emozione. A volte attinge alla gamma di sfumature del sentire di un preciso momento. A volte però i personaggi che sceglie sono incompatibili con il suo vissuto, come quella volta che ha scritto la lettera di una nonna alla nipote con le massime per superare una vita.
Quando le chiediamo se i destinatari delle sue lettere recepiscano le emozioni che comunica, lei ci parla di una serie scritta a se stessa, nel tentativo di mettere in comunicazione la sua parte conscia con quella inconscia. Qui la scrittura poco a poco si evolve fino al disegno. C’è sempre un mittente e un destinatario, “il mio inconscio mi ha risposto a un certo punto. Il destinatario ha preso il sopravvento sul mittente”.
Di solito il codice serve per raccontare un’emozione, qui l’emozione invece se ne priva per mostrarsi in tutta la sua purezza. “C’è una calligrafia che si presenta a mia insaputa, decido se tenerla o meno solo in un secondo momento. Quello che inizio a produrre a contatto con l’emozione si trasforma, così nasce la lettera”. Non c’è più il portato semantico della parola, ma solo il suo puro simulacro.
L’approccio alle lettere ora si sta trasformando. China nera su carta inglese per scrivere un vero e proprio romanzo. Dai frammenti tutti diversi e fatti di variazioni alla ricerca di una completezza, di una coerenza. “Strutturare un romanzo è difficile, non è così scontato. Una lettera dura una pagina, un pagina la controlli molto facilmente, è un’emozione che viene giù in un attimo, tac, ti immagini un mittente, ti immagini un destinatario, ti inventi un’emozione ed è facile”. Un romanzo è una tensione che dura nel tempo, bisogna trovare una relazione tra una pagina e l’altra. “Mi sono allenata leggendo molti libri. Prima ogni volta che avevo un momento libero andavo a vedere una mostra, ora leggo e spero che funzioni una trasmissione di sapere per empatia”.
Le pagine che ci mostra sono belle, qui a Venezia sta lavorando proprio sulla calligrafia. Ci sembra che ci siano meno disegni che nelle lettere, l’oggetto è importante, la carta spessa, ragionata, avorio. Come andrà a finire questa storia?

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