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Anna Ramasco

Una città, la Berlino della guerra fredda, e due tavoli. Questo cortocircuito spaziale e temporale permette ad Anna Ramasco, nei due lavori qui presentati, di fare qualcosa che il buon design ha sempre saputo fare: mettere direttamente a confronto l’individuo con la Storia, l’esperienza del corpo con la circolazione delle immagini. La sua installazione propone una riflessione sul dissolversi di alcune forme classiche dell’abitare e sulla progressiva scomparsa di una distinzione, quella tra interno ed esterno, che questi oggetti negano e al tempo stesso ricordano con nostalgia.

La forma dei “tavoli per single” riprende quella dei tavoli di fòrmica diffusi in molte cucine italiane degli anni settanta, ma il modo in cui vengono usati risponde a cambiamenti della società che hanno reso i rituali familiari in cui Anna Ramasco è cresciuta remoti almeno quanto l’immagine oleografica della torre di Alexanderplatz riprodotta sulla superficie. C’è una sola sedia, sul lato corto, da cui è possibile osservare in silenzio il simbolismo un po’ inutile di un landmark trasformato in tablemark, mentre le arance introducono in questa ipotetica scena domestica una dimensione della solitudine quasi farsesca.

Nel “muro di Berlino” il ribaltamento (letterale, non metaforico) di una sezione del muro in scala 1:2, così come la si poteva vedere sollevata dalle gru in molte fotografie di fine anni ottanta, permette di ottenere un piano d’appoggio orizzontale con un semplice gesto, come per un destino inesorabile. Lo stesso destino in virtù del quale ogni ideologia, per quanti graffiti e dolore possa produrre, si risolve sempre in qualcosa di essenzialmente ornamentale – poco meno di una tragedia, poco più di una tovaglietta. O forse occorre leggere questo lavoro come una riflessione sulla reversibilità, una chiosa all’antica ossessione funzionalista del design “flessibile”. Non è dato sapere se e quante sedie sono previste intorno a questo tavolo. Se si dovesse litigare, è sempre possibile usarlo di nuovo per dividere lo spazio...

I grandi sommovimenti pubblici e le più intime risonanze del privato si uniscono in queste opere fino a confondersi reciprocamente ed è caratteristico del lavoro di Anna Ramasco che questo avvenga sotto il segno di una leggerezza e di un candore che tutto sfiora (simboli, memorie, macerie di un immaginario visivo, le insondabili profondità dell’io) per poi ricondurre tutto, in conclusione, a una delle poche domande fondamentali della tarda modernità:
cos’è rimasto in frigo?
Philippe Lächs-Pau, comunicato stampa So Buono! Nhow Hotel Milano Aprile 2009

La Commedia degli equivoci

L’opera di Anna Ramasco è caratterizzata da un costante mutamento di registri e linguaggi che si accompagna a un’unità di fondo altrettanto costantemente percepibile. Pochi artisti contemporanei sfidano in maniera così costante l’osservatore, instaurando un costante rapporto dialettico tra la riconoscibilità e l’inafferrabilità del proprio lavoro.

Questa capacità di muoversi non ha nulla a che vedere con un intento provocatorio e neppure con uno sperimentalismo (parole che si possono considerare estranee all’universo mentale di Anna Ramasco). Si tratta piuttosto di una capacità di trovare di volta in volta strumenti adeguati per portare in primo piano una serie di sfumature. La parola ‘sfumatura’è, senza dubbio, una parola chiave.  Occorre abitare a lungo il lavoro di Anna Ramasco per poterne coglierne il movimento, le increspature, i sussulti, come se l’artista rifiutasse di continuo di fornire allo spettatore punti di osservazione troppo semplici, o come se la sua osservazione portasse a concludere che sono le pieghe più piccole quelle che meritano davvero di essere esplorate.

Anna Ramasco ha il dono di una straordinaria leggerezza, poco imparentata con il minimalismo e ancor meno con forme banali di eleganza (la sua leggerezza è anzi spesso ‘sporca’). La leggerezza può riguardare i mezzi utilizzati (la calligrafia, il disegno, il suono, un peculiare approccio alla scultura) oppure il modo di porsi di fronte ai propri soggetti. È, come nelle Lezioni americane di Calvino (riferimento abusato, ma che appare in questo caso particolarmente pertinente), un modo di togliere pesantezza al mondo.

Perché i lavori di Anna Ramasco non toccano questioni di poco peso. Si possono intravedere dietro ogni spiraglio del suo operare traumi violenti, conflitti che vengono osservati con sgomento, profondità che appaiono quasi sempre inaccessibili. Gli strumenti dell’arte vengono messi alla prova in una lotta che permette di portare ad affiorare un dolore. L’arte non è un’attività pacifica.

Il fondo di dolore cui Anna Ramasco vuole avvicinarsi non appare accessibile all`espressione verbale. L’impossibilità di dire questo dolore, di comunicarlo, rasppresenta anzi una delle tonalità di fondo del suo procedere. I suoi lavori sono percorsi da un sospetto, una diffidenza nei confronti della parola (è sintomatica una certa sua riluttanza a trovare titoli per le proprie opere) e da una riflessione continua intorno a questa assenza, questa mancanza fondamentale.

Vi è, nell’opera di Anna Ramasco, una continua tensione che si stabilisce tra la dimensione tragica che ne costituisce lo sfondo e la dimensione ironica, giocosa che ne rappresenta il tratto più immediato. Il tragico riguarda le condizioni dell’essere-nel-mondo, non certo il linguaggio di un arte che appare tanto più vicina al fondo della propria ricerca quanto più sta in superficie, e che anzi fa proprio del contrasto tra superficie e profondità, spensieratezza e disperazione uno dei propri modi di operare. Questo contrasto sembra voler evocare (superficialmente) l’universo concettuale della psicoanalisi, e può dare allo spettatore l’impressione di trovarsi di fronte a una sorta di continua riflessione su di sé e sulle proprie paure. Si tratta invece di un mondo più complesso e non privo di pericoli, dove i traumi vengono inventati, invocati, sofferti, un caleidoscopio di dinamiche relazionali il cui valore performativo non è stato ancora sufficientemente osservato e da cui difficilmente lo spettatore (sempre che se ne accorga in tempo) potrà chiamarsi fuori.
Philippe Lächs-Pau, Nice Soir, 28 Giugno 2007

Note: Stati Mentali
Sono ancora stati mentali quelli che emergono dalle opere di K. Alksnee, T. Gartner, C. Luiselli, S. Peressini, A. Ramasco, S. Serighelli, D. Spaziani, presentate nel secondo appuntamento. Anna Ramasco, con l’installazione sonora Tarifa, c’immerge nelle bizzarra atmosfera di un racconto che narra di un viaggio da un luogo estremo, un luogo di confine fra l’Europa e l’Africa, in cui si raccoglie il vento e in cui si concentrano le energie, e di un vivificante viaggio attraverso la Spagna, verso il cuore dell’Europa (…..)
Gabi Scardi, Comunicato Stampa, 26 Marzo- 6 Aprile 2002, VIAFARINI, Milano

Sul Confine
Il “tema” scelto da S. Alessandrini, P. Beneggi, S. Campagnola, G. Galli e A. Ramasco per questa mostra è il confine, analizzato, meditato concettualmente, quindi posto quale ipotesi di lavoro, infine verificato sperimentalmente. (…) Ecco l’attenzione di Anna Ramasco al passaggio tra giorno e notte, tra luce e buio, con le conseguenti modificazioni percettive e di senso (…). Scilla, Paola, Sonia, Anna, Gabriele, al di là (o al di qua) del tema che si sono proposti, agiscono in una zona di confine: tra il pensare e il fare, l’inventare e il realizzare, il progettare e il concretare, insomma tra l’idea (con la connessa ricerca) e l’opera. Non affermano, con rigorismo concettuale, e con inconscio radicamento idealistico, che l’idea è l’opera, né, per converso, che l’unica realtà è l’opera. Come molti artisti delle ultime generazioni essi danno ad ogni modo grande importanza al momento di riflessione, all’ideazione, cui l’opera non è solo strettamente connessa (come è ovvio e come è sempre stato), ma di fatto subordinata. (…)
Luciano Caramel, dal catalogo Stati Mobili, Aprile 1997

Anna Ramasco lavora sul rapporto dicotomico tra confini espressivi contrapposti per porre al centro dell’opera i risultati di uno status aperto di percezione sensibile; nascono proposte rappresentative di uno stato creativo in cui la realtà moltiplica i suoi aspetti, divarica la sua assolutezza nel movimento, nell’energia vitale degli attori: gli storpi di Tarifa, la cittadina all’estremo sud della Spagna proiettata sull’Atlantico, ed il vento che incessante spira per raggiungere Barcellona.
Andrea B. Del Guercio, Comunicato Stampa, Roma 1996

Il coraggio giovanile di fare l’artista
(…) Di fronte alla naturalità di Anna Ramasco vien da gridare alla sorpresa, tanto sembra immediata e tuttavia matura la sua tecnica compositiva. La prova che si tratta di una giovane artista in crescita la si evince dal confronto con un’opera sua meno recente.
Giornale di Voghera, sezione Cultura, 1994

(….) Del resto apertamente provocata dalla installazione sul pavimento, forme astratte circondate da detriti di cotto, una larga sfoglia che molti commenti ha suscitato, alcuni irritati per l’apparente rottura d’ogni logica di un linguaggio comunicativo, altri viceversa interessati o quanto meno curiosi per i trends più avanzati della scultura contemporanea.
Gilbert, Giovani scultori tra terra e fuoco, in La Città, 1994